08 gen 2014

American Hustle: l'apparenza inganna #recensione


Questa recensione la dovreste leggere mettendovi in sottofondo Sticky Fingers, forse l'album più 70's in assoluto, perché American Hustle è un immenso tuffo visivo, antropologico ed estetico negli anni settanta.
Una ricostruzione filologicamente perfetta, una cartolina patinata fatta di capelli gonfi, pantaloni scampanati e anelli d'oro, che vale da sola il prezzo del biglietto.
“Alcuni fatti sono realmente accaduti” compare sul grande schermo all'inizio della proiezione.
American Hustle infatti è ispirato all'operazione Abscam architettata negli anni 70 da parte dell'Fbi per incastrare alcuni politici corrotti con il supporto di un noto ed abile truffatore: Irving Rosenfeld.
Irving è interpretato da un camaleontico Christian Bale, lontanissimo dall'oscuro cavaliere noloniano, irriconoscibilmente ingrassato e con un notevole riporto, che per anni ha abilmente truffato decine di persone promettendo fittizi finanziamenti insieme alla sua amante, portatrice di profonde scollature a V e pellicce alla Twiggy, Sydney Prosser.(Amy Adams)
La trama inizia a diventare a strutturata e giocata sugli inganni quando i due vengono arrestati ed in seguito assoldati da Richie Di Maso (Bradley Cooper) per l'operazione Abscam.
A movimentare in modo imprevedibile tutta la storia c'è la folle e un po' bipolare moglie di Irving, interpretata in modo superbo da Jennifer Lawrance, vera e deliziosa mina vagante di tutto il film, e l'apparizione di Robert De Niro in un cameo che, insieme alla regia di  David O. Russell, strizza indubbiamente l'occhio a Scorsese.
American Hustle non è Casinò o Quei Bravi Ragazzi ma resta un buon film che consiglio di vedere in questi giorni soprattutto a discapito di tutto il concime del cinepanettismo italiano.
Bella anche la colonna sonora che si apre con A horse with no name degli America e prosegue con Duke Ellington, Tom Jones, Donna Summer e gli Elitric Light Orchestra.

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