4 apr 2018

Italiani all'estero: mollo tutto e mi trasferisco


Sulla favolosa scia dell'erba del vicino che è sempre più dannatamente verde, ci sono tante persone che vogliono provare l'ardente emozione di lavare i piatti in un pub di Dublino o aprire un chioschetto di frutta e gelati a Ipanema.
Le stesse persone però, lasciandomi un incolmabile punto di domanda sul volto, non riordinerebbero mai le stoviglie a Pavia - sebbene in questo periodo gli potrebbe capitare a tavola pure la Lecciso che fugge da Cellino San Marco - né venderebbero cocchi o piadine sulla Riviera Romagnola.
Ma perché?!
"All'estero si sta meglio".
Trasformando così l'Italia intera in una mitologica e luogocomunesca Venezia: è bella ma non ci vivrei.


Fuga di cervelli o fuga di braccia che sia, l'esperienza di vita all'estero è senz'altro una delle cose più formative che possano esserci: si lasciano le innegabili comodità italiane - cosiddette non fosse altro che per abitudine e conoscenza assodata - per uno spirito d'avventura che può definirsi tale anche solo per via di una nuova lingua, di una nuova mentalità, una nuova alimentazione, un nuovo clima; perché per parlare di avventura non è necessario cibarsi di termìti nello Zaire o fare una spedizione nel deserto del Kyrgystan a bordo di un cammello assetato.

L'avventura è già decidere scientemente di lasciare le lasagne di nonna per migliorare una lingua straniera e verificare con la propria esperienza cosa possa offrire di diverso la vita in un altro Stato. Capire come funziona l'assistenza sanitaria, farsi un riferimento amico perché non si sa mai, scoprire se e a quanto vendono la pasta di semola di grano duro, cambiare scheda al telefono e soprattutto trovare una casa.
Oggi, rispetto ai bisnonni emigrati in Argentina imbarcati sulla nave Principe Udine e sbarcati senza nemmeno sapere dove avrebbero dormito, è decisamente tutto più semplice e via internet si può avere un'idea precisa di tutto ciò che ci aspetta a migliaia di chilometri di distanza: viaggio, paesaggio, la piantina della città. Persino la ricerca della casa è agevolata: siti come Spotahome offrono tour virtuali di appartamenti a disposizione per chi si trasferisce all'estero per un periodo e dei quartieri nei quali sono ubicati, con tutti i dettagli di planimetria e arredo e le garanzie di controllo, di antifrode e di cancellazione per un cambio di idea dell'ultimo minuto, compresi dei video di 7 minuti nei quali aprono i cassetti della cucina e la lavastoviglie, mostrano pure la rubinetteria del bagno e fanno vedere ogni dettaglio!
Cosa ben diversa dai bisnonni in Argentina che forse avrebbero trovato la sorpresa di dormire in compagnia del topo Fievel.




Le aspettative poi si focalizzano su ciò che da noi è più carente: stipendi più alti, meno tasse, meno burocrazia e più meritocrazia.
L'ho sempre mal tollerata la parola meritocrazia, eppure non c'è una valida alternativa per esprimere il concetto in modo rapido ed inequivocabile.
Però posso agevolare la trasposizione in gif che corrisponde a ho trovato un lavoro senza avere le conoscenze.
Perché alla fine, come anche all'inizio, basterebbero le competenze.



Vado, faccio un'esperienza e torno.
E poi il diagramma del flusso migratorio si divide in due: c'è chi torna e c'è chi non tornerà mai più.
C'è chi torna perché "non ne posso più del vento, del cielo grigio, di questo paese di pecorari, gli affetti di casa ti scaldano il cuore, l'Italia è un paese meraviglioso". Ah, ok.
C'è chi non tornerà mai più perché "i soldi che prendo qui in Italia me li scordo, perché in questo nuovo Paese mi sento più rappresentato e meno ladrato, perché ho trovato l'amore, perché c'è il rispetto delle regole, perché ci sono i servizi migliori, perché fanno la sauna nudi, perché riesco a sviluppare le mie idee innovative". Ah, ok.





E' bella l'Italia, è bello vivere all'estero.
E' bello tornare, è bello trovare la propria dimensione altrove.
E' bello essere felici, non importa dove o forse proprio importa per costruirsi la felicità.
Perché come diceva qualcuno bisogna provare, provare, provare. Altrimenti non ci resta che piangere, almeno per invocare la lasagna di nonna.






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