10 apr 2018

La moda umile: no logo no party

Sono ormai lontani (neanche troppo a dire il vero) i tempi del no logo di Céline, quando la moda aveva il fascino discreto di farsi riconoscere per l'identità forte delle forme, dei colori e dei tessuti, piuttosto che per il marchio ben in vista.
Era il 2010 e il mondo fashion ci suggeriva la raffinatezza del lusso discreto, l'understatement chic.

Ma torniamo nel 2018, formattiamo l'immagine poetica e buttiamoci nell'attualissimo trend pacchiano del logo esibito, perché potranno vendercela con tutto lo spirito motivazionale e gli aggettivi che vogliono - è ironico, è giocoso, è la conferma sociale, la realizzazione di un sogno, l'aspirazione dichiarata, la provocazione del lusso - ma se siamo onesti e se disgraziatamente ce li immaginiamo tutti insieme in un salotto è solo un raduno di buzzurri arricchiti.




L'alta moda ha sempre messo in risalto il marchio attraverso una scritta, un monogramma, dei colori distintivi, il buon gusto però si perde quando tutto ciò diventa troppo: troppo grande, troppo ripetuto, troppo invadente.
Chiaramente per le case di moda è tutta una pubblicità ambulante, Fendi e Gucci ci stanno sguazzando. A ruota seguono Loewe, Versace, Moschino, Prada, Balenciaga, Balmain e anche i marchi minori.
Magari, come ogni cosa, sarà questione di abituare l'occhio. Al momento è solamente capace di rievocarmi l'assortimento tarocco che si trova sulle spiagge della Romagna, tu viene da Mostafa davanti a Bagno Maria che ci ho sempre tuto quelo che tu vuoi, prezzo buono solo per te, ti sgiùro.




















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