Per uno strano caso del destino, già da diversi mesi so qualcosa su Three incestuous sisters, il nuovo lavoro cinematografico di Alice Rohrwacher ispirato alla visual novel praticamente omonima (le è stato omesso solo l’articolo) di Audrey Niffenegger.
Per uno strano caso del destino, conosco la Libraia di Stromboli.
Adesso potrei volgerla sulla matematica, col facile due più due che fa il film girato a Stromboli, ma poi non vi direi di Isabella Rossellini, di Mick Jagger e soprattutto della Libraia di Stromboli che sì, avrà pur preso parte alle scene della Rohrwacher, ma meriterebbe un film a sé.
Ho visto Stromboli solo due volte nella mia vita, entrambe dalla barca ed entrambe senza averci mai messo piede. “Grosso sbaglio. Enorme”, direbbe Julia Roberts alla commessa del film (quell’altro). Ma si può sempre fare di peggio, e infatti in una di queste volte ero talmente presente a me stessa che ho scambiato il fumo del vulcano per una nube di maltempo. Sipario.

Quella che, a differenza mia, non ha limiti è proprio lei che, dal Manzanarre al Reno da Stromboli a Milano passando per Luino, con un piccolo compromesso ha dovuto fare i conti: rinunciare temporaneamente al suo pazzo capello rosa.

📌 Chi è la Libraia di Stromboli
Roberta Denti è giornalista, traduttrice, viaggiatrice inquieta e scrittrice. Proviene dalle acque (le sue radici son divise tra il lago Maggiore e il lago di Como), ha vissuto una vita sulla terra (Milano) e ha consegnato la sua anima al fuoco di Stromboli. Sull’isola gestisce una piccola, preziosa e “irresponsabile” libreria indipendente e cura rubriche di letteratura, erotismo e filosofia. Donna libera, “bilingue, bigama e trip-polare” per sua stessa definizione, fa della sfacciata libertà e della lotta ai tabù la sua firma stilistica. E sì, è anche il volto (temporaneamente senza capelli rosa) che ha preso parte al set eoliano di Three incestuous sisters, dove Alice Rohrwacher ha voluto fondere la finzione cinematografica con la vera anima di chi Stromboli la abita tutto l’anno.
Gloria: E allora cominciamo proprio da qui, cara Libraia di Stromboli, a fine riprese nuovamente e finalmente magnificata dal capello rosa, aiutaci a trovare un’immagine del pink power lontana dai soliti stereotipi perché ultimamente, a dispetto delle buone intenzioni delle più, ci pare che si vada spesso a detrimento dell’efficacia. Tu come la vedi?
Roberta: Ciao adorata marziana, Gloria, un vulcanico saluto a tutti i/le marziani/e in lettura e grazie dal mio cuore matto per questa giocosa e gioiosa intervista.
Quando penso al Pink Power, la mia mente da ragazzaccia cresciuta negli anni Ottanta corre immediatamente a Grease. Ma per me il vero Pink Power non è mai stata Sandy. È Rizzo.
La capa delle Pink Ladies era l’unica ad aver capito tutto prima delle altre. Sessualmente libera senza chiedere scusa, ironica, intelligentissima, rabbiosa, vulnerabile ma mai sottomessa. Mentre tutte noi venivamo educate a essere la “brava ragazza” pronta a trasformarsi per piacere a un uomo, Rizzo restava ferocemente fedele a se stessa. Non cercava approvazione. Non recitava innocenza. Non chiedeva permesso.
E soprattutto aveva già smascherato il più antico dei doppi standard: gli uomini vengono celebrati per la libertà sessuale, le donne punite per la stessa identica cosa.
Per me il Pink Power è questo. Una donna che può desiderare, sbagliare, fumare, bere, godere, essere feroce, sarcastica, erotica e perfino spaventata, senza perdere dignità.
La verità è che Sandy era il sogno che ci avevano insegnato.
Rizzo invece era la sopravvivenza.
E tutte, prima o poi, diventiamo un po’ Rizzo.
Rizzo era già femminismo punk travestito da musical anni Cinquanta. Ed è forse per questo che continua a parlarci così tanto ancora oggi, senza bisogno di hashtag pedagogici o stantie campagne social.
Te lo scrive una donna libera che si è sempre esposta, anche per le altre donne. E mi spiace confessarti che i miei primi haters, quando aprii il blog Falli Felici, furono proprio donne. Gli uomini, al massimo, ci provavano.
Gli insulti erano quelli classici riservati alle donne troppo libere: donnaccia, vacca, maiala. Fu allora che mi divertii a scoprire quale fosse davvero l’animale più promiscuo, allegro e pacifico del regno animale: la scimmia bonoba. Le dedicai un pezzo esilarante e illuminante. Quindi, se proprio volete insultarmi, datemi pure della bonoba.
Poi a New York andai al MoSex, il Museo del Sesso, dove c’era una mostra permanente dedicata alla Sex Lives of Animals. Rimasi completamente incantata dalla promiscua e variegata sessualità animale. Perché noi siamo animali, anche se facciamo continuamente finta di non esserlo.
E allora mi vengono inevitabilmente in mente i meravigliosi corti Green Porno di Isabella Rossellini, che lei stessa ha presentato alla Biblioteca di Stromboli durante la sua permanenza sull’isola per il film di Alice Rohrwacher. Opere ironiche, colte, surreali, liberissime.
Ecco, forse il vero Pink Power assomiglia proprio a questo: una donna che non ha paura né del desiderio né dell’intelligenza. E che soprattutto non chiede il permesso di esistere.

G.: Lo sai che vorrei subito sfrugugliare nel dubbio che attanaglia l’isola da giorni, ovvero se in quella fatidica notte hai baciato Mick Jagger, ma le passioni che ti animano sono tanto profane quanto sacre. Ed è proprio sulla sacralità della terra che si innesta un triste anniversario ricorso poco fa.
L’isola di Stromboli ha accolto questo nuovo set cinematografico mostrando ancora le ferite e le offese del disastroso incendio del maggio 2022, provocato dalle riprese della fiction Sempre al tuo fianco (il cui titolo provvisorio era, paradossalmente, Protezione Civile), e del quale tu sei stata voce attiva, ferma e viscerale, documentando giornalisticamente tutta la rabbia e il dolore di fronte a quella ferita inferta dalla stupidità umana.
Qual è stato il sentimento degli isolani di fronte a questo nuovo sbarco cinematografico e quali tutele sono state adottate?
R.: Quando arrivò la produzione del 2022, quella dell’incendio, l’isola era in fermento perché ovviamente le produzioni portano un notevole ritorno economico. Tuttavia si percepiva una sorta di occupazione del luogo. Il loro non è mai stato un passo delicato, direi più un’invasione. E non era semplice diffidenza verso il cinema: Stromboli ha sempre avuto un rapporto quasi erotico e magnetico con artisti, registi, scrittori, visionari. Il problema era il modo. Arroganza. Tracotanza. Una sensazione costante di sordità verso l’isola e chi la vive davvero.
Io non feci la comparsa. Preferii fare la scomparsa. Ma posso assicurarti, dai racconti di molti isolani, che alcune persone vennero trattate con una superficialità e una mancanza di rispetto davvero dolorose.
Dopo il rogo del 25 maggio — una ferita che qui nessuno dimenticherà mai, anche se qualcuno vorrebbe che smettessimo di parlarne per una sorta di omertosa pavidità — molti strombolani svilupparono un vero trauma collettivo. Perché quella non fu soltanto una devastazione ambientale: fu la violentissima sensazione di non essere stati ascoltati. Di vedere una montagna sacra trattata come semplice scenografia invece che come organismo vivo. Di ignorare lo Scirocco, la Riserva Naturale, il buon senso stesso, pur di terminare un prodotto che oggi appare già dimenticato, scadente e scaduto.


Per questo l’arrivo della produzione di Alice Rohrwacher è stato percepito in maniera completamente diversa. Sin dall’inizio si sono avvertiti delicatezza, ascolto, rispetto umano prima ancora che cinematografico. Alice ha fatto diversi sopralluoghi e credo sinceramente che abbia scelto Stromboli anche per restituirle quella dignità andata letteralmente in fumo quattro anni fa.
Non un’invasione ma una convivenza.
Gli attori vivevano il paese, mangiavano con noi, ridevano con gli isolani, passavano in libreria, parlavano con le persone. Stromboli non era un fondale esotico da sfruttare ma una presenza viva dentro il film. E questa differenza gli isolani la percepiscono immediatamente.

E poi diciamolo: esiste un’eleganza naturale che non ha bisogno di posture, capricci o teatrini da diva provinciale. Vedere donne come Jessie Buckley — premio Oscar e forza della natura — insieme a Saoirse Ronan e Dakota Johnson muoversi sull’isola con grazia, ironia, semplicità e autentica curiosità umana, ha fatto capire a tutti cosa distingua il vero carisma dalla recita del carisma.
Credo che le vere tutele siano nate proprio da quella tragedia. Oggi esiste molta più attenzione, molta più paura anche, ed è inevitabile che vi siano controlli severi. Ma soprattutto è cambiato lo sguardo: dopo il fuoco, tutti hanno capito che qui non si può arrivare imponendo qualcosa alla montagna.
Stromboli non si conquista.
Semmai, ogni tanto, decide lei se accettarti.
Del resto, qui il confine tra realtà, cinema e curtigghiu è sempre sottilissimo. Ancora oggi, tra una granita, un bicchiere di vino al porto e due pescatori che fingono di non origliare, continua a circolare la voce — mai confermata né smentita — di un mio bacio notturno con Mick Jagger. Ormai è diventato quasi folklore eoliano. Insomma, chiamami pure Marianne (Un)Faithfull.
Ma le isole hanno memoria lunga e fantasia ancora più lunga. Lo scorso anno, per esempio, iniziò a circolare una storia parecchio delirante: una terrazza molto borghese, un premio Oscar del cinema italiano, una modella magnetica, uno stylist leggendario orbitante nell’universo RollingStones e una notte decisamente troppo lunga, alcolica e dionisiaca per essere raccontata nei dettagli.
Pare che qualcuno abbia perfino parlato di derive orgiastiche vista mare.
Io, da signora, naturalmente non ho mai confermato né smentito nulla.
Però diciamo che a Stromboli il gossip funziona esattamente come il vulcano: anche quando sembra tutto tranquillo, sotto la superficie qualcosa continua sempre a ribollire.

G.: Venendo a tempi più recenti e fortunati, ti confesso di aver guardato le tue storie Instagram con un rapimento estatico durante le riprese di Three Incestuous Sisters. Giorni in cui l’eruzione sembrava un sentimento collettivo, e non solo appannaggio del vulcano che ha generosamente nutrito la Sciara del Fuoco fino al mare, impacchettando alla Rohrwacher il cadeau più grande che una regista potesse desiderare. Forse solo i tuoi amati gatti, per loro natura, sono stati fieramente indifferenti alla parata di star internazionali che, in ordine alfabetico, rispondono ai nomi di Jessie Buckley, Dakota Johnson, Josh O’Connor, Alba Rohrwacher, Saoirse Ronan e Isabella Rossellini. E tu tra loro, ti rendi conto?!
Qual è stato il caso fortuito, o la chiamata del destino, che ti ha portata a Stromboli? Mi interessa quel preciso sbarco – che forse non sarà stato il primo in assoluto, ma il primo consapevole – in cui hai guardato lo scoglio e hai detto: “Ok, io qui ci vengo a vivere”.
R.: Forse la chiave di lettura più fedele della mia avventurosa e lussuriosa vita è l’imprevedibilità, condita da una buona dose di follia e audacia. Non amo programmare nulla e poi, puntualmente, tutto accade. Chi mai avrebbe detto che un giorno mi sarei ritrovata dentro questo gotha cinematografico, tra vulcano, cinema, libri, gatti e rock’n’roll? Mai avrei immaginato di stringere la mano — solo quella, giuro! — a Mick Jagger sotto il vulcano, presentatomi da Dakota Johnson con quel suo sorriso dolce e gentile. Lui mi ha detto: “Nice to meetyou” e io, d’istinto, animale, ho risposto: “Hopeyouguessmyname”, citando le leggendarie lyrics di Sympathy For The Devil, non a caso uno dei miei pezzi preferiti degli Stones.
Ma Stromboli, in realtà, mi era già apparsa molti anni prima, quando avevo sei anni. Da bambina ero compagna di banco di Claudia, bimba bionda e a modino. Eravamo il diavolo e l’acquasanta, e naturalmente inseparabili. Durante le vacanze estive ci spedivamo cartoline infinite. Altri tempi, quando l’attesa aveva ancora un odore, una grafia, un francobollo. La sua famiglia aveva casa a Stromboli sin dagli anni Cinquanta e lei continuava a invitarmi. Raccolsi quell’invito nel 1997, sbarcando senza la minima idea di dove, e soprattutto in cosa, mi stessi cacciando. Ed era proprio questo il bello.
Erano anni in cui i luoghi si scoprivano dal vivo e non dal virtuale; i viaggi cominciavano leggendo e non scrollando; si guardavano le stelle invece degli schermi e si pomiciava duro al posto di consumarsi in sterili messaggini.
Fui immediatamente presa dal vulcano e colpita da quella che oggi chiamo Strombolite: una forma incurabile di struggente nostalgia, simile al Mal d’Africa. L’unico antidoto alla malinconia dell’isola era immergermi nei libri che la raccontavano, aspettando la partenza successiva come si aspetta un amante ostinato. Ricordo che proprio nel 1997 uscì L’Isola che Brucia di Gianni Farinetti, un giallo ambientato a Stromboli che mi riportava con la fantasia sull’isola durante gli undici mesi all’anno in cui ne restavo lontana. La mia copia, ancora oggi tutta sottolineata e stropicciata, non manca mai tra gli scaffali de La Libreria.
Negli anni, complice il mio lavoro di traduttrice, iniziai a trascorrere sull’isola periodi sempre più lunghi, anche fuori stagione. Il sogno di viverci stabilmente c’era sempre, come un fuoco basso sotto la cenere, ma poi tornavo alla cosiddetta realtà. Fu il Covid a far detonare definitivamente la scelta.
Attesi settembre 2020 per tornare a Stromboli e, durante quel soggiorno, l’isola mi fece capire che era arrivato il momento di restare. Trovai una casina isolata con la stufa — eh sì, a Stromboli in autunno e inverno umidità e vento sono inflessibili — fui adottata dai gatti randagi e iniziai una nuova vita senza programma, senza strategia, senza alcuna visione del futuro. Che, a pensarci bene, è forse l’unico modo sensato per cominciare davvero una vita nuova.

Il Covid, insieme a tutte le lezioni apprese nella mia curiosa ed errabonda vita, mi ha insegnato a rallentare. Ad ascoltare. A stare. In natura, in sintonia, in armonia. Solo attraversando il trauma di una simile epidemia si comprende cosa valga davvero la pena vivere: la vita semplice. Lontano dal caos, dalle cose inutili, dal materialismo disumanizzante e da quella violenza subumana che rende il mondo sempre più rumoroso e sempre meno abitabile.
Anche la mia collaborazione con La Libreria è nata così: per imprevedibilità, inciampo, destino, chiamala come vuoi. Io sono “soltanto” la libraia, non la proprietaria: La Libreria è gestita da Andrea Guglielmi e Micaela Miculi, insieme a Silvia, Sofia, Matteo, Mario e Sally. Avevo fatto amicizia con i ragazzi, anche se all’inizio l’idea che una libreria potesse diventare anche un bar faceva storcere il mio snobistico nasino letterario. Poi ho visto nascere La Libreria nel 2020 sulle ceneri della precedente gestione — che era appunto solo libreria, un progetto bellissimo poi purtroppo naufragato — e ho assistito all’impegno, alla passione, al sudore e ai sacrifici di questi giovani, anche loro in fuga dagli estenuanti ritmi cittadini.
Così, nel marzo 2025, davanti a un ottimo vino alle Cantine Isola di Milano — eh sì, amiamo bere — Andrea e Micaela mi hanno proposto di diventare “la libraia”. Ho accettato con entusiasmo e umiltà, chiedendo soltanto una cosa: assoluta indipendenza nelle scelte editoriali. Me l’hanno concessa.
A quel punto ho fatto il giro dei miei amici librai indipendenti, che mi hanno incoraggiata a lanciarmi in questa meravigliosa avventura libresca. Ad aiutarmi concretamente è Teodoro Cafarelli, libraio donchisciottesco della Libreria Capitolo 18 di Patti, in Sicilia, che non solo mi rifornisce di libri, ma spesso me li consiglia, soprattutto quando si tratta di scrittori emergenti siciliani o peculiari chicche sulla magica Trinacria.
Io, del resto, ho una formazione più angloamericana: mi sono laureata in Lingue e Letterature Straniere con una tesi sulla Beat Generation e una successiva specializzazione sui Diari di Anaïs Nin. Prima di approdare a Stromboli ho vissuto e studiato in Irlanda e a New York. E mi fa sorridere pensare che una delle produttrici del film di Alice Rohrwacher sia irlandese, proprio come la meravigliosa Jessie Buckley. Anche questa, forse, è Strombolite: le isole che si chiamano tra loro, senza chiedere il permesso.

G.: Per ovvie ragioni, so che non posso domandarti nulla sulle riprese di Three incestuous sisters (al momento sappiamo solo che uscirà nel 2027, che è stato girato in bianco e nero in 16mm e che sarà un film muto), ma lasciaci qualche suggestione o qualche piccolo gossip sulle star con le quali hai condiviso cene, tarocchi e amabili scambi…
R.: Ho vissuto oltre un mese immersa nel cinema, dentro e fuori dal set. Finite le riprese, gli attori venivano spesso a svagarsi alla Libreria, dove hanno trovato una sorta di casa fuori casa e dove nessuno di noi li ha mai fotografati, nel rispetto della privacy dei nostri amici, perché definirli semplici clienti sarebbe decisamente riduttivo.
Posso dirti che la bellissima e gentilissima Dakota ha un suo cocktail di riferimento che oggi chiamiamo affettuosamente Dakota Martini. Josh, invece, è quasi astemio e ci aiutava persino a sparecchiare i tavoli quando le serate diventavano affollate e caotiche, un po’ come siamo noi isolani.
Jessie è stata raggiunta dal marito e dalla loro bellissima figlia, Isla, chiamata così in onore del loro amore per le isole Eolie. L’anno scorso infatti erano stati a Salina nel bellissimo albergo di un’amica.
Isabella ha passeggiato con grazia e gentilezza per le viuzze dell’isola dove esplose l’amore tra sua madre, Ingrid Bergman e suo padre, Roberto Rossellini nel 1949 durante le riprese del leggendario film Stromboli Terra di Dio. Si è lasciata avvicinare da tutti e ha rivolto un sorriso a chiunque. In Libreria è passata un pomeriggio e ha curiosato tra gli scaffali, ammirando in particolare la mia scelta di libri sul tema della psichedelia.

Saorsie è eterea, delicata e molto gentile. Sembravano entità ultraterrene nella loro bellezza e cordialità. La “nostra” regista Alice è un vulcano di simpatia e “stramberia” nel senso più nobile del termine.
Sul set — dove appunto ho firmato un rigidissimo patto di riservatezza, compreso un contratto contro le molestie sessuali che, lo ammetto, mi faceva sogghignare pensando a quanto un pezzo di carta possa davvero contenere la mia innata e maliziosa irriverenza — è stato molto difficile comportarmi in maniera davvero naturale e rilassata.
Non posso raccontare molto di ciò che accadeva davanti alla macchina da presa, né posso rivelare come mi avessero acconciata e vestita, però posso dirti che trovarmi nel mezzo di un set così onirico e lirico, insieme a tanti amici strombolani e a nuove amicizie nate proprio durante quelle settimane, è stata un’esperienza sinceramente commovente.
Vedere questi straordinari attori recitare con il corpo, con il viso, con la voce del silenzio e con quella misteriosa presenza che soltanto il cinema possiede, mi ha profondamente emozionata.
Al primo ciak — musica, movimento, motore, azione — mi è scesa una lacrima, immediatamente trattenuta per il terrore di rovinarmi il trucco. Accanto a me, quasi per caso, mi sono ritrovata un tenero e timido ragazzo strombolano, Silvio, con cui, dopo dodici ore al giorno sul set per tre giorni consecutivi, siamo diventati molto amici. Ci siamo sostenuti a vicenda, stringendoci perfino la mano nei momenti di maggiore emozione.
Nelle precedenti produzioni girate sull’isola ho sempre risposto “preferirei di no” alla proposta di fare la comparsa: ho fatto bene ad aver conservato la mia verginità cinematografica proprio per questa produzione, che ha persino “osato” chiedermi di rinunciare alla mia chioma rosa per diventare bionda. Sarà assai spassoso vedermi sul grande schermo, anche se per pochi istanti!
In quei giorni febbrili, estenuanti e bellissimi ho potuto osservare la macchina del cinema dall’interno e capire, in rigoroso silenzio — come ci imponeva a più riprese il severo ma buonissimo aiuto-regista — come nasca davvero la magia che poi ci rapisce sul grande schermo.
Sui gossip riguardanti gli attori posso dirti soltanto questo: sono persone, non personaggi. Persone meravigliose, di una gentilezza e delicatezza rare, sempre sorridenti sia sul set che fuori dal set.
Dopo giorni passati insieme era diventato naturale salutarci con “Ciao Roby”, “Ciao Dakota”, “Ciao Jessie”…
Posso però rivelarti un segreto: tutti loro sono stati irrimediabilmente fulminati dalla Strombolite. Pertanto so che torneranno.


A proposito di gossip, sappiate che in questa parata hollywoodiana c’è anche lo zampino invisibile e il cuore pulsante di Vita su Marte. Quando la Libraia chiama per un libro impossibile da trovare, la Marziana risponde. The Three Incestuous Sisters era fuori catalogo da anni, ma nulla può sfuggire al radar marziano e dunque riuscii a intercettarne una copia in Spagna che la Libraia fece poi sbarcare a Stromboli.
Sapere che quel libro introvabile è finito proprio nelle mani di Alice Rohrwacher con la splendida dedica di Roberta (“un incantesimo febbrile e gentile”), mi fa capire che la nostra setta del godimento perpetuo sa anche come fare miracoli.
G.: Il mio telefono è luogo di sordidi screenshot (sicuramente meno sordidi dei tuoi, ça va sans dire) e annovera anche foto dei libri della Libraia di Stromboli. Consigliaci tre titoli per rendere più irresponsabile il nostro coffee table.
R.: Credo che se hackerassero il mio telefono farei sorridere, e chissà eccitare, Hugh Hefner nell’aldilà.
Piccolo aneddoto marziano: anni fa, quando tenevo la rubrica La Mia Vita Orizzontale per Playboy Italia, mi trovavo a New York invitata dalla redazione americana a visitare i loro uffici. E lì parlai con il direttore americano che mi invitò al leggendario MidsummerNight’sDream Party di Hugh Hefner nella mitica Playboy Mansion di Los Angeles. Non esserci andata resta ancora oggi una delle più grandi cazzate della mia vita. Oh well, ho conosciuto Mick Jagger!
La mia libreria si declina attorno ai temi che amo visceralmente: erotismo, escapismo, isolitudine, natura, filosofia, narrativa queer, psichedelia, romanzi peculiari e oziosi, e soprattutto libri capaci di lasciare dentro chi legge una piccola ferita luminosa. È questo il filo invisibile che tiene insieme gli scaffali de La Libreria.
Ho enorme difficoltà a scegliere soltanto tre titoli, ma per voi marziani proverò a compiere un piccolo sacrificio umano-letterario:
- Piccoli Amori di Franziska zu Reventlow
La leggendaria “contessa scandalosa” della bohème di Monaco approdò anche alle Eolie. In forma cartacea. Questo libro è un piccolo culto libertino e malinconico, scritto da una donna modernissima, ironica, sensuale e selvaggia. Lo considero quasi un testo segreto dell’isola. Maria Claudia, l’ex libraia, me lo consigliò a la Libreria di Stromboli durante l’estate del 2014 e da allora è diventato il mio personale libro-feticcio. - Storia di una passione di Anaïs Nin e Henry Miller
Più che un libro, un’esplosione erotico-letteraria tra due menti incandescenti che hanno trasformato desiderio, scrittura e ossessione in arte pura. Dentro queste pagine ci sono fame creativa, dipendenza emotiva, sensualità, ferocia intellettuale e tutta la vertigine di un amore vissuto senza protezioni. Anaïs Nin, per me, resta una sacerdotessa assoluta della libertà femminile: leggerla significa entrare in una stanza dove eros e letteratura smettono di avere confini. - Just Kids di Patti Smith
Questo libro non è una semplice autobiografia: è una preghiera laica dedicata all’amicizia, all’arte, alla giovinezza e alla sopravvivenza poetica. Dentro ci sono la New York sporca e luminosa del Chelsea Hotel, Robert Mapplethorpe, la fame, la povertà, la musica, l’amore e le visioni. Patti Smith non è soltanto una musicista ma una vera forma mentis. Just Kids è uno di quei libri che ti fanno venire voglia di vivere in maniera più intensa, più coraggiosa, più vera.

G.: Qui su Marte si scrive e si legge dei piccoli e deboli piaceri quotidiani, è un contenitore che fa dei lettori marziani una piccola “setta del godimento perpetuo” – che poteva essere una citazione del Marchese de Sade e invece è di Vincenzo De Luca, a riprova del fatto che anche i più insospettabili hanno sprazzi di vero edonismo.
Dicci le tue tre declinazioni del godimento perpetuo: quello commestibile, quello da shopping e quello a cui non potresti mai rinunciare (escluso il sesso, sennò è troppo facile!).
R.: Mi considero un’epicurea nell’anima, amante del piacere e sostenitrice del godimento, al lavorismo compulsivo degli stoici oppongo fiera lo spensierato e “pensierato” otium, lo stare invece di fare, assaporare e crogiolarsi nel dolce far nulla quando invece è proprio nel non fare che si attiva la creatività. Vorrei spezzare una lancia a favore del cialtronismo. Dell’arte sublime dello scansafatiche. Di quelli che non performano, non ottimizzano, non fanno networking.
Viviamo in un’epoca che pretende produttività persino dalla tristezza. Bisogna monetizzare il trauma, trasformare le passioni in brand, correre, fatturare, biohackerare pure il sonno.
E allora io rivendico il diritto sacrosanto a essere ogni tanto una specie di Drugo del Grande Lebowski: galleggiare nell’esistenza con un White Russian in mano, qualche libro sparso sul tavolo e nessuna intenzione di conquistare il mondo prima di cena.
Non è pigrizia. È resistenza poetica.
Per questo tra i libri più importanti de La Libreria esiste Filo-sofà, Filosofia da Divano di Stefano Scrima, un piccolo libercolo meravigliosamente ozioso che andrebbe regalato a tutti quelli che si sentono costantemente in colpa se non stanno producendo qualcosa. È un elogio lucidissimo del perdersi tempo, del vagabondare mentale, del non aderire completamente alla dittatura della prestazione.
Del resto anche il vulcano, se ci pensi, alterna furia e sonnolenza. E nessuno si sognerebbe mai di accusarlo di essere poco performante.
1. Parlando di pappa, sono una dim-sum-maniaca senza possibilità di recupero. Amo alla follia la cucina asiatica: in primis quella cinese, ma anche giapponese, vietnamita e thailandese. Il mio personale concetto di felicità urbana non è l’aperitivo fighetto ma un tavolo appiccicoso di Chinatown, ravioli fumanti al goji, involtini bollenti, birra ghiacciata e salsa di soia ovunque.
Questo è forse l’unico vero peccato di gola che mi manca quando sono a Stromboli. Quasi quasi apro una libreria dimsummeria: libri, dumpling e sake davanti al vulcano. Sarebbe probabilmente la mia definitiva rovina economica ma anche la mia realizzazione spirituale.
Negli anni ho speso più soldi in cibo che in gioielli, e senza alcun rimorso. Perché il lusso, per me, non è mai stato possedere qualcosa ma divorare qualcosa di memorabile.
Detto questo, anche le Eolie sanno raggiungere vertici di godimento palatale assai seri. Il mio personale orgasmo gastronomico qui coincide con la granita ricotta e capperi di Pa.Pe.Ro a Rinella, nella verdissima Salina: un abbinamento talmente folle, erotico e perfetto da sembrare inventato da un cuoco psichedelico dopo una notte passata a contemplare il vulcano.
E poi ci sono gli spaghetti al burro acido al Mezcal con cozze fritte del nostro chef Momoa Mario a La Libreria: un piatto che andrebbe probabilmente vietato per eccesso di libidine. Fumo, mare, grasso, acidità, alcol e sale. Forse è proprio questo che amo del cibo: quando riesce a diventare insieme conforto, piacere, memoria, viaggio e piccola esperienza mistica.


2. Sul tema shopping, per anni sono stata una milanese trapiantata alle Eolie che, per oltre un decennio, ha lavorato come traduttrice per case di moda come Dolce & Gabbana, Prada e Gucci. Quindi sì: puoi togliere la milanese da Milano, ma non Milano dalla milanese. Oggi però amo vestirmi comoda. Ho salutato l’attilato parecchi anni fa — quando il mio corpo ha deciso, complice la menopausa, di diventare definitivamente più mediterraneo — e ormai prediligo uno stile hippy-chic, libero, morbido, vagamente bohémien.
La mia icona assoluta, di stile e di vita, resta Annie Hall, il personaggio immortale interpretato da Diane Keaton: ironica, nevrotica, elegantemente sghemba. Vestirsi con ironia e allegria, per me, è ancora una forma quotidiana di libertà.

Detto questo, anche alle Eolie coltivo il mio piccolo peccato modaiolo: la boutique SaleArancio di Maria, nella verdissima Salina. Un luogo meraviglioso e assai pericoloso per il mio conto corrente, perché ogni volta riesce puntualmente a lasciarmi… al verde.
3. Non potrei mai rinunciare a camminare nella natura, completamente sola. Ascoltando il bosco, il mare, il vulcano, il vento, i richiami degli uccelli, le capre e talvolta perfino gli spiriti. Amo profondamente la musica, ma quando scompaio nella natura silenzio tutto: telefoni, notifiche, rumore umano, perfino i pensieri inutili. E mi lascio sommergere da una personale e quasi mistica Sound of Silence. È lì che mi sento davvero viva. Nel vento che cambia umore, nella lava nera, nel mare che si agita, nel respiro della Montagna. La natura, per me, non è sfondo ma presenza. Una creatura viva con cui dialogare, perdermi e talvolta perfino litigare.
Forse è proprio questo il mio godimento perpetuo più grande: sparire dal mondo abbastanza a lungo da riuscire finalmente a sentire qualcosa di vero.


G.: Cara Roberta, perdonami ma una citazione trash tira l’altra e mi è subito tornata alla mente: “Un purosangue non fa a gara con i pony” (Nina Moric nella sua epic era). E allora dicci: chi sono stati i pony della tua vita, quelli che il karma ha felicemente relegato nelle retrovie che meritavano?
R.: Ahahah… Potrei aprire una pony-eria con tutti i “brocchi” che hanno tentato di correre con la stallona, citazione dal libro Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés. Però una cosa bellissima dell’invecchiare — non ce ne sono poi moltissime, diciamolo — è che a un certo punto smetti finalmente di scambiare i brocchi per purosangue.
Una volta inseguivo l’amore con la stessa lucidità di una kamikaze romantica. Oggi invece ho imparato il sacro valore della quiete. Il mio ideale sentimentale ormai è qualcuno con cui poter stare in silenzio senza imbarazzo, bere bene, ascoltare musica, guardare il mare o il vulcano senza dover continuamente trasformare tutto in un melodramma tossico.
Ho imparato — spesso nel modo più doloroso possibile — che la pace mentale è infinitamente più erotica del caos emotivo.
Ormai il vero scanso con un’autentica amazzone come me richiede parecchie qualità rare: ironia, intelligenza, autoironia, senso dell’assurdo, libertà mentale, sensualità non performativa e soprattutto la capacità di non avere paura di una donna libera.
E come hai saggiamente scritto tu, il karma, se non istantaneo, arriva comunque sempre.
Sono particolarmente lieta di alcuni pony della mia vita che il karma ha felicemente relegato alle stalle. Del resto, dopo anni trascorsi a contemplare la vita e i suoi teatrini umani dal vulcano, ho imparato una cosa molto strombolana: ogni tanto basta sedersi con calma davanti al mare e aspettare che passino i relitti. Magari sorseggiando un mezcal dal giardino de La Libreria con il mio sorrisetto diabolico.

G.: Vivere a Stromboli significa accettare un patto di convivenza con una natura magnifica e ingombrante. C’è una poesia pazzesca in questa ciclicità di facce che arrivano via nave e poi svaniscono all’orizzonte, mentre tu resti lì (insieme alle capre guardone!), custode di un pezzo di terra che respira. Che sapore ha questa tua quotidianità vulcanica? È più l’adrenalina delle stagioni piene o la pace assoluta di quando l’isola torna a essere solo di chi la abita davvero nelle viscere?
R.: Vivere a Stromboli significa innanzitutto accettare di non controllare quasi nulla. È un’isola che ti educa alla resa, all’imprevisto, all’attesa. Qui il vento decide, il mare decide, la Montagna decide. E tu puoi solo ascoltare.
La vera quotidianità strombolana non è quella da cartolina con la granita vista mare e i tramonti instagrammabili — che pure esistono e sono magnifici — ma è convivere con qualcosa di vivo, imprevedibile e profondamente animale. Stromboli respira, cambia umore, brontola, seduce, si infuria. A volte sembra una divinità pagana, altre una vecchia strega ironica che ti mette continuamente alla prova.
L’autunno/inverno, poi, è un’esperienza quasi mistica. Quando i turisti spariscono e l’isola torna a essere soltanto di chi la abita davvero, emerge la sua anima più autentica e radicale. Ci sono giorni in cui il mare impedisce gli sbarchi, il vento ulula come un animale selvatico e ti senti letteralmente fuori dal mondo. Ma è proprio lì che Stromboli diventa una dipendenza emotiva potentissima.
Io la chiamo Strombolite: una forma di struggimento incurabile. Perché quest’isola ti scarnifica, ti rallenta, ti costringe a guardarti dentro. Ti leva il superfluo. Dopo un po’ non capisci più se sei tu a vivere sull’isola o se è l’isola che sta vivendo dentro di te.
Eppure, dentro questa apparente durezza, esiste anche una forma di libertà rarissima. Qui ho imparato ad ascoltare il silenzio, a convivere con la natura invece di dominarla, a dare valore al tempo, ai libri, alle relazioni umane vere. A Stromboli il lusso non è l’esibizione: è poter guardare il vulcano eruttare di notte con qualcuno che ami, magari bevendo vino davanti al mare, mentre i gatti dormono accanto ai libri.
È una vita che può sembrare estrema, persino scomoda. E forse lo è. Ma dopo aver sentito il respiro di un’isola vulcanica così da vicino, il resto del mondo rischia di sembrare terribilmente rumoroso e artificiale.

G.: Sento di interpretare il sentimento dei lettori marziani più rock, quelli che hanno davvero a cuore la salute di Mick Jagger (che nel film interpreta il guardiano del faro, ndr): un bacio della Libraia di Stromboli avrebbe potuto mettere seriamente a repentaglio le coronarie persino di una leggenda di quel calibro. Dunque, per il bene del rock ‘n’ roll, il fatto non si è compiuto, vero? E al di là del gossip, cosa ti porti dentro, nelle viscere, di quella notte magica e irripetibile?
R.: Guarda, io continuo a pensare che Mick Jagger sia stato infinitamente più colpito dal vulcano che da me. Del resto Stromboli ha un erotismo primordiale contro il quale noi esseri umani possiamo fare ben poco. Qui tutto pulsa: il mare, il fuoco, il vento, la pietra lavica, perfino il silenzio. È un’isola che seduce senza fare nulla, semplicemente esistendo.
Detto questo, sarebbe ipocrita fingere che quella notte non sia stata completamente surreale. A Stromboli siamo abituati al cortocircuito tra sacro e profano, tra pescatori e premi Oscar, tra eruzioni e Negroni bevuti scalzi sotto le stelle, però a un certo punto mi sono davvero fermata a pensare: “Aspetta un attimo… ma io sto parlando con Mick Jagger sotto un vulcano attivo”.
E lì ho avuto una specie di piccolo sbandamento lisergico.
Non tanto per il mito in sé — anche perché ho lavorato per anni a Rolling Stone e il rock l’ho sempre vissuto come una religione pagana più che come semplice musica — ma per quella strana sensazione di irrealtà cinematografica. Stromboli riesce a fare questo: piega la realtà fino a renderla quasi una leggenda orale.
La cosa che mi porto dentro, però, non è il gossip. È l’atmosfera. Quel miscuglio irripetibile di lava, vento, musica, risate, cinema, mare nero e umanità disordinata. La sensazione profondissima che per qualche settimana l’isola sia diventata una specie di dimensione parallela dove tutto sembrava possibile.
E poi mi porto dentro una cosa molto semplice: la gentilezza. Perché al netto dell’icona assoluta, della rockstar immortale e di tutto il resto, Mick Jagger con me è stato incredibilmente educato e ironico. E forse è proprio questo il vero lusso dell’isola: qui perfino i miti, davanti al vulcano, tornano esseri umani.
And last but not least … I DON’T KISS & TELL. I JUST KISS.

Selfie della Libraia all’indomani dell’inconto con Mick Jagger.
Il dubbio ci rimarrà sempre.
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2 Commenti
Senza nulla togliere agli altri articoli sul sito, questo è davvero splendido. Un’intervista interessante e divertente, lunga in un’epoca di super velocità e per questo devo dire grazie 🧡
Eleonora, grazie di cuore per aver apprezzato, anche noi siamo molto felici che Marte contenga questo pezzo. Non è facile trovare chi abbia tanto valore da raccontare e lo condivida in modo così appassionato e generoso!