C’è una frase dell’architetto americano Louis Sullivan che, a sentirla così, sembra fatta apposta per i nostri mobili di casa: la forma segue la funzione. Sullivan la usava alla fine dell’Ottocento parlando di architettura e grattacieli, quindi di edifici che con il nostro cassetto delle posate hanno apparentemente poco a che fare. Eppure il concetto torna utile ogni volta che compriamo qualcosa per la casa e ci ritroviamo a fare i conti con la vita vera.
Perché il mobile bellissimo che ci fa battere il cuore in negozio può diventare molto meno romantico quando dobbiamo aprire un’anta per prendere una pentola. E, per disagiata esperienza personale, quella sedia comodissima che ci salva la schiena può avere un aspetto tale da farci venire voglia di coprirla con un plaid per non vederla più.
Insomma, la nostra casa deve piacerci, ma deve anche funzionare.
Nel Novecento il principio è entrato sempre di più nel mondo del design, grazie anche alla scuola del Bauhaus e a progettisti italiani come Gio Ponti e Vico Magistretti. Sedie, lampade, tavoli e oggetti di uso quotidiano hanno iniziato a essere pensati mettendo insieme l’aspetto estetico e il modo in cui sarebbero stati effettivamente utilizzati.
Perché la casa migliore è proprio quella in cui si riescono a coniugare estetica e pratica per restituire la vivibilità migliore.


Una cucina del 1926 ci ha insegnato a progettare intorno ai gesti
La cucina è probabilmente il posto in cui ci accorgiamo di più della differenza tra un ambiente bello e uno davvero funzionale, e ci basta preparare una cena per quattro persone per capire molto velocemente quanto contino le distanze, le aperture dei cassetti e la posizione delle cose.
Un esempio arriva addirittura dagli anni Venti. Nel 1926 l’architetta austriaca Margarete Schütte-Lihotzky progettò la celebre cucina di Francoforte, nell’ambito del grande progetto abitativo Neue Frankfurt per le case popolari della città, studiando i movimenti delle donne ai fornelli con lo stesso rigore con cui gli ingegneri analizzavano le catene di montaggio, e ricavò da appena sei metri quadri un ambiente in cui ogni cosa si trovava a portata di mano.
L’eredità di quell’idea si ritrova ancora oggi nelle cucine moderne, con cassetti estraibili a tutta profondità, che mostrano l’intero contenuto con un solo gesto, e nelle colonne attrezzate che riuniscono dispensa ed elettrodomestici in un unico blocco, soluzioni nascoste dietro ante lineari ma capaci di alleggerire la fatica dei gesti di ogni sera ai fornelli.

Anche il famoso triangolo di lavoro continua a essere un riferimento utile. Il principio è piuttosto intuitivo: le principali zone della cucina devono essere abbastanza vicine da permetterci di passare dall’una all’altra senza fare avanti e indietro come durante una maratona.
E qui torna una storia che su Vita su Marte abbiamo già raccontato, ovvero quella di Lillian Moller Gilbreth, ingegnera e psicologa che studiò proprio il modo in cui ci muoviamo mentre svolgiamo le faccende domestiche. Nel suo lavoro sulla cucina arrivò a ragionare sui movimenti necessari per preparare una torta alle fragole, con l’obiettivo di eliminare quelli superflui.


L’ergonomia si vede soprattutto quando qualcosa è progettato male
L’ergonomia è una di quelle cose alle quali pensiamo pochissimo finché qualcosa non comincia a darci fastidio. Un piano di lavoro troppo basso si fa sentire sulla schiena, un pensile troppo alto ci costringe a usare una scaletta o ad avventurarci malamente sopra a una sedia.
Conoscere alcune misure può essere un buon punto di partenza.
- Il piano della cucina si trova generalmente intorno ai 90 centimetri di altezza, ma la misura davvero comoda dipende dalla persona che lo utilizza. Come indicazione generale, può trovarsi circa 10-15 centimetri sotto il gomito piegato. Sia io che mia mamma (che non siamo altissime!) non abbiamo fatto l’altezza standard ma di qualche centimetro più bassa, per avere più comodità di lavoro sul piano.
- Anche lo spazio per muoversi conta parecchio. Tra due mobili contrapposti è consigliabile lasciare almeno 90-100 centimetri, mentre arrivare a circa 120 centimetri rende la vita più facile quando in cucina ci si muove in due.
- Poi ci sono i pensili, con le cose che utilizziamo continuamente che meritano di stare all’altezza delle mani, mentre i ripiani più alti possono diventare il territorio ufficiale degli oggetti che tiriamo fuori tre volte l’anno.
- E arriviamo al tavolo, dove una misura indicativa di 75 centimetri di altezza si abbina generalmente a sedie intorno ai 45 centimetri. Quel margine di circa 30 centimetri serve a lasciare spazio alle gambe e a stare seduti in una posizione confortevole.
Sono numeri apparentemente poco glamour (e ovviamente l’ultima cosa a cui pensiamo quando siamo in preda alla scelta dei colori e dei materiali) ma provate a sbagliare una di queste misure e improvvisamente diventano interessantissimi.

Una casa ordinata comincia da dove mettiamo le cose e come le usiamo
Un ambiente ben progettato si riconosce anche da quanto è facile mantenerlo in ordine. Le superfici libere piacciono a tutti, ma restano tali soltanto se esiste un posto preciso per ogni oggetto. Per questo i contenitori chiusi con divisori interni valgono spesso più di un grande armadio senza organizzazione, dentro al quale finiremmo per buttare tutto a caso e poi partire con la caccia al tesoro per recuperare proprio quell’oggetto.

La scelta dei materiali della cucina incide parecchio, perché un piano in gres o un buon laminato si pulisce al volo con un panno umido e resiste a calore e graffi, mentre certe superfici lucide, per quanto splendide in foto, evidenziano qualsiasi impronta e chiedono attenzioni costanti. La scelta di superfici facili da gestire è la strada migliore per mantenere la casa bella negli anni ed evitare di perdere troppo tempo con le pulizie di tutti i giorni.
Vale lo stesso per le maniglie, gli interruttori e le ante. Un’apertura a pressione dà un aspetto essenziale ai mobili, ma in una casa con bambini piccoli o persone anziane una presa ben visibile e comoda può rivelarsi molto più adatta.
Negli open space anche i mobili devono imparare a parlarsi
L’ultimo tassello riguarda il dialogo tra i vari ambienti dove, se uno stile diverso per ogni stanza rende la casa frammentata anche in presenza di arredi di pregio, un filo conduttore ripetuto con discrezione – una tonalità di legno, un colore che ritorna nei tessuti, la stessa finitura per le maniglie – dona invece continuità senza trasformare la casa in un catalogo con le gambe.
Negli open space, nei quali cucina e soggiorno condividono lo stesso spazio, la coerenza diventa ancora più visibile. Scegliere per le basi della cucina un colore che richiami la libreria o il mobile TV unisce le due zone e le fa percepire come un unico ambiente, pensato con cura.

Il miglior equilibrio si costruisce nel tempo
Dopo aver trascorso decenni in case diverse, posso solo confermare che, nonostante si abbia l’entusiasmo e la voglia di arredare tutto e subito, il risultato migliore lo si ottiene nel tempo, quando abbiamo modo di vivere gli spazi e capire come li abitiamo.
Per questo vale la pena osservare per un po’ quello che ci dà fastidio nella quotidianità: la porta che sbatte, il cassetto che non si apre del tutto, l’angolo sempre troppo buio, quella lampada che nella nostra wishlist era perfetta e poi ci lascia al buio proprio dove serviva luce. Sono queste piccole seccature a dirci, molto meglio di una rivista d’arredamento, cosa abbiamo davvero bisogno di cambiare.
E forse è proprio questo il modo migliore per trovare un equilibrio tra bellezza e praticità, lasciare che sia la casa a insegnarci come vogliamo viverla. Perché il buon progetto domestico è quello che, anche dopo qualche anno, ci fa ancora pensare questa cosa qui è proprio nel posto giusto.
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