Nonostante il caldo (che a Roma fatica ad andarsene e che, ripetiamolo, non toglie mai la fame), l’unica cosa a cui riesco a pensare in questo momento è una fetta di torta Sacher. Certo, sulla carta questo post avrebbe un altro obiettivo ben preciso: guidarvi nella Vienna di Gustav Klimt a cavallo tra Ottocento e Belle Époque. Ma me ne faccio un punto d’orgoglio: la Sacher troverà assolutamente il suo spazio.
Ecco il nostro itinerario speciale tra storia, arte e stomaco.
Prima di tutto, Gustav
Gustav Klimt nasce alla periferia di Vienna, precisamente a Baumgarten, nel 1862. La madre Anna è una donna coltissima, il papà Ernst un orafo: il piccolo Gustav (secondo di sette fratelli) insomma ha più o meno il destino segnato. E, nonostante la famiglia non navighi nell’oro (qual è il colmo per un padre orafo?), a soli quattordici anni vince una borsa di studio e frequenta la Kunstgewerbeschule (la Scuola di Arti e Mestieri di Vienna). Lì studia pittura decorativa, disegno anatomico e tutte quelle tecniche artistiche tradizionali che ritroveremo, ribaltate, nella sua arte matura.


Di Secessioni e crauti preziosi
Proprio questo interesse per la arti cosiddette minori, e per l’insofferenza verso la rigida gerarchia delle arti, nel 1897 Klimt – assieme a uno sparuto gruppetto di suoi sodali – decide di partire per la tangente, di fare qualcosa di mai visto prima, qualcosa in cui l’opera d’arte è un’opera d’arte totale, in cui la grafica non è meno importante dell’architettura, e le riviste non hanno niente da invidiare ai grandi cicli dipinti.
Per celebrare questa Secessione, gli artisti di cui sopra si costruiscono un palazzo che recita all’ingresso Der Zeit ihre Kunst, der Kunst ihre Freiheit, a ogni tempo la sua arte, a ogni arte la sua libertà. Ora, lo spazio quasi sacro di questo palazzo-tempio (che è in sostanza una specie di cubo bianco sormontato da una cupola dorata) venne presto smitizzato dai viennesi, gente pratica e concreta che – forse per la vicinanza col Naschmarkt, il mercato cittadino – ribattezzò il palazzo della Secessione “il cavolo d’oro”, il goldenes Krauthappel.

Ma Klimt non è certo uno che si fa scoraggiare dai crauti dorati e va dritto per la sua strada e anzi l’oro, complice pure un viaggio a Ravenna e la vista dei suoi mosaici bizantini, diventa la firma del suo “Periodo Aureo” e dei capolavori complessi, preziosissimi e decadenti come il Ritratto di Adele Bloch-Bauer I e il Giudizio di Paride.
Nel frattempo il pittore ha pure il tempo di concupire legioni di modelle e muse (una su tutte, la stilista Emilie Flöge) e produrre, stando ai bene informati, quattordici figli. Lui ne riconobbe solo tre perché pure a Vienna la madre è sempre certa, il padre chissà.


Put a Ring on it
A parte i viaggi a Ravenna, Klimt non ama troppo muoversi da casa, e come dargli torto: Vienna a fine Ottocento è una città in fermento, una delle più belle d’Europa, da poco rinnovata nell’architettura e nell’assetto urbanistico.
Ve ne accorgete ancora oggi: non è forse vero che, per quanto camminiate, alla fine vi ritrovate sempre sulla Ringstrasse? La strada più famosa della città, l’anello che circonda il centro cittadino, è figlio dell’epoca d’oro della capitale austriaca, costruito nel 1857 per volere dell’imperatore Francesco Giuseppe I (per noi che non ci interessiamo di cose politiche, ma molto di gossip, il marito della Principessa Sissi) e subito diventato punto di riferimento della ricca borghesia (che costruisce qui le sue residenze) e delle istituzioni cittadine.
Lungo i cinque chilometri del Ring trovano infatti posto il Parlamento, il Burgtheater, la Wiener Staatsoper, diversi musei (tra cui l’imperdibile Kunsthistorisches Museum) e la Votivkirche, la chiesa votiva neo-gotica fatta erigere dal fratello di Francesco Giuseppe dopo che qualcuno aveva provato ad accoppare il suo bro senza riuscirci. Tribolata, la vita dei reali austro-ungarici.

Sissi, si diceva
I reali, si diceva. E non ce ne voglia Cecco Peppe, ma noi qui vogliamo sentire la vera storia di Sissi.
Anche perché quando pensiamo a Sissi pensiamo alla trilogia con Romy Schneider, entrata talmente tanto nel nostro immaginario che per noi l’imperatrice è solo lei. La storia quindi più o meno la conosciamo tutti, o almeno conosciamo la parte più edulcorata: la vita di Sissi a corte fu in realtà piuttosto uno strazio, altro che Meghan Markle: inquadrata da un cerimoniale che definire rigido è un delicato eufemismo, Sissi dà di matto, soffre di crisi d’ansia e mal sopporta la suocera. Almeno, Meghan, un pensiero di meno ce l’aveva.

Metteteci una serie di sfortune e disgrazie assortite (dalla perdita di due figli alla guerra con Milano, dalle – presunte – corna a una salute parecchio malferma) e capite insomma che la realtà dell’imperatrice è stata molto più dura di quello che abbiamo imparato dai film.
Da film, peraltro, pure la morte: Sissi viene pugnalata al petto da un anarchico italiano mentre è sul molo del lago di Ginevra, lei non se ne accorge e riesce pure a salire sul battello (ma poi se ne accorge e coerentemente morirà il giorno dopo). Colpo di scena finale, come se tutti i precedenti non bastassero: a Vienna non vedrete scritto da nessuna parte Sissi con la doppia S: lì per tutti Elisabetta è Sisi. Shock.

Nessuno può mettere la Sacher in un angolo (semi-cit.)
E finalmente riesco a introdurre il mio argomento favorito: il cibo. Non sono riuscita a trovare informazioni sul rapporto tra Klimt e la torta Sacher: ne era ghiotto durante i suoi pomeriggi al Café Central? Oppure davanti ad una sontuosa fetta di torta, con cospicua dose di panna servita accanto, storceva il naso dicendo: “nah, a me i dolci troppo dolci non mi piacciono” (che poi, perché un dolce non dovrebbe essere dolce? “Va be’. Continuiamo così. Facciamoci del male!”).
In ogni caso, Gustav Klimt e il dessert austriaco più celebre sono più o meno contemporanei, visto che la Sacher (pare) nacque il 9 luglio del 1832, servita ad un pranzo ufficiale – presente anche Metternich – e preparata dal quindicenne apprendista pasticcere Franz Sacher, che si trovò a dover sostituire il pasticcere capo ammalato e non si fece cogliere impreparato.

E se invece della Sacher preferite lo strudel (per me sarebbe troppo doloroso dover scegliere), prenotate un posto allo show dello strudel nella caffetteria del castello di Schönbrunn: pensavo fosse una cosa ad uso e consumo dei turisti – e in effetti lo è – ma uno strudel buono come quello assaggiato alla fine dello spettacolo io non l’ho mai mangiato. È diventato la mia madeleine.

La disfida della cotolotta: Vienna contro Milano
Se al dolce preferite in ogni caso il salato (torno a dire, perché scegliere?) sappiate che pure la Wiener Schnitzel nasce nell’Ottocento. La storia, che qui però confina con la leggenda, dice che fu addirittura il generale Radetzky a chiedere ai cuochi viennesi di preparargli una cosa simile a quella gustosa cotoletta impanata che aveva mangiato a Milano. Il primato dell’invenzione sarebbe dunque per molti meneghino, tranne che per gli austriaci, secondo i quali la cotoletta l’hanno inventata loro (da leggere con la voce tonante di Pippo Baudo).
Per provare a togliervi il dubbio, vi consiglio la lettura di Storia mondiale della cotoletta di Luca Cesari, che è appassionante come un romanzo, ma fa venire fame.


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