Tra le mostre che vi consigliamo di vedere nei prossimi mesi ce n’è una che dal mio punto di vista è proprio imperdibile. Sì, sono di parte, ma come potreste perdervi Bernini e Barberini, non del tutto casualmente ospitata (fino al 14 giugno) a palazzo Barberini a Roma?
Ecco allora un breve vademecum per essere preparati. Che poi, più che un vademecum è un elenco di nefandezze di cui Bernini fu orgoglioso titolare: ma a noi ci piace pescare un po’ nel torbido…
Tengo famiglia
Sì, pure Gianlorenzo Bernini è un raccomandato. Nello specifico, raccomandato dal padre Pietro, ottimo scultore toscano attivo a Roma a fine Cinquecento che sa trovare i contatti giusti. Giustissimi, direi, visto che a un certo punto babbo Pietro firma un contratto con “l’illustrissimo cardinal Barberino” (cioè Maffeo Barberini, il futuro Urbano VIII) per alcune sculture, garantendo che sarebbe stato affiancato dal figlio che ormai gli stava rubando sempre più la scena. Non che Pietro ne fosse dispiaciuto, anzi: sapeva che suo figlio avrebbe fatto grandi cose. E in effetti poi lui le ha fatte.

I peccati di Bernini: irriconoscente…
La mostra romana è proprio dedicata al rapporto tra Bernini e uno dei suoi maggiori committenti, papa Urbano VIII Barberini, uno che fu quasi più contento di essere contemporaneo dello scultore che di essere diventato papa (pare che Urbano disse “è gran fortuna la vostra, o Cavaliere, di vedere papa il cardinal Maffeo Barberini; ma assai maggiore è la nostra, che il Cavalier Bernino viva nel nostro pontificato”). E il nuovo papa sfruttò subito questa fortuna, commissionando a Bernini di tutto e di più: soprattutto, il baldacchino di san Pietro, un mastodonte alto quanto un palazzo.

Baldacchino di San Pietro, opera realizzata dal Bernini – Basilica di San Pietro in Vaticano
Mica l’avrebbe fatto da solo, Bernini: uno stuolo di artisti lo affiancò, e tra loro anche Francesco Borromini, il Paolino Paperino della nostra storia. Un genio, ma con qualche problema relazionale (leggere: un gran rompiballe). Insomma, quando Bernini presenta il suo primo progetto, Borromini gli fa notare che così il baldacchino in bronzo avrebbe avuto qualche problema di stabilità, e suggerisce la soluzione che fu effettivamente adottata. Tutti contenti allora? Mica tanto: diciamo che Bernini glissa, sorvola, omette, dimentica dell’aiuto del collega e si prende tutti i meriti (e pare anche la maggior parte del guadagno). Non si fa così Gianlorenzo, non si fa.

… corruttore
Qui, ve lo dico subito, siamo nel novero della leggenda, però è troppo bella per non raccontarvela, e forse un piccolo fondo di verità possiamo rintracciarlo. Dunque, si racconta che quando papa Innocenzo X si mise in testa di costruire una fontana nel centro di piazza Navona, tutti in città pensavano che l’incarico sarebbe andato a Francesco Borromini, al momento il protetto dal pontefice, successore di Urbano VIII.

Ma poi Bernini realizzò un bozzetto di una fontana meravigliosa, e non era un semplice disegnino, ma una scultura d’argento che l’autore fece recapitare alla potentissima Olimpia Maidalchini, cognata del papa e certamente più influente di lui. Com’è, come non è, a Bernini andò la commissione della fontana dei Quattro Fiumi, Borromini si mangiò il cappello come Rockerduck e donna Olimpia si lustrò gli occhi per quanto aveva ottenuto. Verità o mito, questo non si scoprirà forse mai ma, come diceva Andreotti (uno che con Olimpia sarebbe andato d’amore e d’accordo), a pensar male si fa peccato, ma si indovina.

e pure vendicativo
Insomma, che Bernini non fosse proprio uno stinco di santo l’abbiamo capito. Ma c’è di più, purtroppo, perché lo scultore fu anche un violento. In sintesi: ancora scapolo, Bernini s’invaghì di una donna sposata, Costanza Bonarelli, iniziando una tresca con lei. Ma Costanza aveva un’altra tresca anche con Luigi, fratello di Gianlorenzo. E lui, quando vide Luigi uscire da casa di lei, lo rincorse non fraternamente, ma brandendo una spranga di ferro. Corri corri, arrivarono fino a san Pietro dove lo scultore non si fece scrupoli nel menare il fratello come un tamburo nella culla della cristianità.

E a Luigi andò pure bene perché il fratello riesce a rompergli solo un paio di costole prima che qualcuno riuscisse a toglierglielo dalle mani. Ma non è tutto: ancora furente, Gianlorenzo mandò un servitore a sfregiare il volto di Costanza con un rasoio. Che successe poi? Niente: Luigi venne temporaneamente allontanato da Roma, Costanza si chiuse in convento e papa Urbano VIII fece spallucce dicendo che mica si poteva punire un simile genio, che volete che sia, scurdammoce ‘o ppassato. E finisce tutto a tarallucci e marmo vino.
Poteva mancare l’essere rancoroso? Certo che no
Bernini e Borromini, sempre loro. Quando, dopo la morte di Urbano VIII e l’elezione di Innocenzo X, Borromini pensò fosse arrivato il suo momento, si prese la soddisfazione di demolire parte della cappella dei Re Magi, progettata dal rivale nel palazzo di Propaganda Fide, a un passo da piazza di Spagna e soprattutto davanti le finestre della casa di Bernini.

Per sbeffeggiare l’odiato collega ormai caduto in disgrazia (ma de che), pare che Borromini fece realizzare due monumentali orecchie d’asino in gesso, che dal palazzo guardavano verso le finestre dell’odiato Bernini. Quest’ultimo, per tutta riposta, ricambiò con un gigantesco fallo puntato contro il cantiere dell’altro: di questa faccenda non rimane nulla, manco una newsletter di Selvaggia Lucarelli, ma solo l’eco delle fonti contemporanee che sottolineano come il pontefice volle far subito demolire questi insulti di gesso per decoro. E vedi un po’ che avrebbe invece deciso di tenerseli, aggiungo io.
Ho raccontato della mostra di Bernini nel mio podcast 365GiorniARoma dove potete ascoltare molte altre storie sulla città di Roma
Se avete in programma un viaggio a Roma per vedere la mostra, ecco qui qualche altra dritta sulla Capitale
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