Ne abbiamo piene le balls di leggere qualcosa che ci racconti quanto possiamo essere felici, produttive, realizzate, forti, toste, indipendenti e magari con favoloso trucco e parrucco inclusi. Settembre è quasi finito, la prassi operativa ci ha già indotto a tornare iper performanti, ma io in questo periodo, con l’incipiente letargo che avanza nonostante la fine dell’estate faccia ancora resistenza, sento il bisogno opposto, e lo traduco in libri che guardino le cose per quelle che sono, possibilmente senza aggiungere una morale alla fine. Adesso sto leggendo Oliver Sacks, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, e confermo esserci un vantaggio nel leggere delle disgrazie altrui.
Per quanto possa sembrare brutto da dire, sapere che là fuori qualcuno sta peggio di noi ha un discreto potere consolatorio. Non certo per sadismo, sia chiaro. A volte basta cambiare prospettiva e accorgersi che quello che ci sembrava il più grande dei nostri problemi, messo accanto a una vita completamente deragliata, acquista improvvisamente dimensioni più gestibili. L’empatia fa il resto, e ci si garantisce una piccola terapia autogestita che dà i suoi benefici.
Ho scelto cinque libri molto diversi fra loro, dove è denominatore comune il piacere di andare a ficcare il naso in cose meno presentabili. C’è chi parla di classe sociale e di aspettative, chi narra una vicenda criminale realmente accaduta, chi ci racconta di persone alle prese con il proprio fallimento e c’è la storia strappacuore di quelle sartine che ho conosciuto grazie a un quadro. E poi amicizie, matrimoni, lavoro, soldi e tutto quello che succede quando la vita non segue esattamente il copione che avevamo previsto. Cioè più o meno sempre.
Non siete nello scaffale giusto se state cercando letture frivole e goderecce (e allora vi consiglierei il libro che fa venir voglia di tramezzini!). Ma come vi dicevo, l’effetto consolatorio o autoassolutorio è garantito e, se ne avete bisogno, possiamo cominciare.
TEORIA DELLA CLASSE DISAGIATA, Raffaele Alberto Ventura
Avete presente quei titoli (del Corriere della Sera) che raccontano le prodezze del tal giovane prodigioso che “si è fatto da solo”, magari iniziando come cameriere o facendo qualche lavoretto mentre studiava, e poi tre righe più sotto scopriamo che nel frattempo ha collezionato master in tre università, parlava quattro lingue a otto anni e aveva una famiglia con numerosi zero contabili? Ecco, Raffaele Alberto Ventura parte da una contraddizione molto più interessante di questa narrazione del self made man che ci ha stracciato i maroni.
In Teoria della classe disagiata – sottile parafrasi di La teoria della classe agiata di Thorstein Veblen – parla di una generazione cresciuta pensando che studiare, impegnarsi e accumulare capitale culturale avrebbe garantito almeno la possibilità di mantenere la posizione sociale di partenza; il problema arriva quando le aspettative restano borghesi ma i posti e le opportunità non sono abbastanza per tutti.
Ventura chiama disforia di classe proprio questo scarto fra quello che pensiamo di poter essere e quello che possiamo permetterci di diventare o, ancor meglio, così identifica lo sfasamento fra appartenenza di classe reale e percepita, dentro un meccanismo di aspirazioni e consumi. La parte che mi interessa di più è che il disagio di cui parla non è quello della povertà assoluta, ma quello di chi ha avuto abbastanza strumenti da desiderare una certa vita e poi scopre che quella vita costa più di quanto possa permettersi.
È la teorizzazione della condizione diffusa che qui dovrebbe agire come aspetto consolatorio. Prendiamo coscienza di un mal comune e ci sentiamo al riparo dall’idea di essere singolarmente sfigati. Forse.

LA PICCININA, Silvia Montemurro
A volte la voglia di leggere un libro nasce nei luoghi più inaspettati e, nel mio caso, è stato a una mostra a Novara, quando uno splendido quadro (che peraltro è proprio la copertina del volume) mi ha fatto venire voglia di capire chi fosse quella bambina raffigurata e perché non avessi mai sentito parlare delle piscinine milanesi.
Il quadro è La piscinina di Emilio Longoni e da quelle bambine Silvia Montemurro costruisce Nora, la protagonista del romanzo. Siamo nella Milano di inizio Novecento, dove le piscinine erano bambine e ragazzine che lavoravano nelle botteghe sartoriali e nelle attività legate alla moda, facendo anche le corriere per consegnare gli abiti e farli provare.

Nel 1902 Nora partecipa allo sciopero delle piscinine, dieci giornate di protesta che portano per le strade di Milano un gruppo di bambine e adolescenti decise a chiedere condizioni di lavoro meno miserabili. Intorno alla protesta c’è però tutta la vita di Nora, con le amicizie, le rivalità, gli amori e una famiglia dalla quale non riceve esattamente una quantità industriale di incoraggiamento.
È questo intreccio fra la grande storia e la storia minuscola di una ragazzina che mi incuriosisce e, al contempo, mi fa presagire che sia un libro ad alto rischio di valle di lacrime.

LA LEVATRICE DI NAGYRÉV, Sabrina Zuccato
Quando iniziano a comparire cadaveri nel fiume e qualcuno si accorge che forse gli incidenti sono un po’ troppi è il momento in cui una storia di paese smette di essere una storia di paese e verrà diffusa per mesi in tutto il palinsesto facendoci conseguire la laurea di criminologi presso noi stessi. Ecco, qui siamo al riparo dall’epilogo delle reti unificate e dei tribunali social (ah, che piaga!) giusto perché la vicenda risale al 1929, ma i fatti criminali sono successi davvero.
Siamo a Nagyrév, piccolo villaggio della pianura ungherese, dove il capitano Zsigmond Danielovitz indaga sulla morte di un’anziana trovata sulle rive del Tibisco e capisce presto che dietro quel cadavere potrebbe esserci qualcosa di molto più grande. Nel paese circolano voci, spariscono persone e la figura della levatrice Zsuzsanna, arrivata da Budapest e considerata quasi una strega, diventa centrale nelle indagini.
Sabrina Zuccato parte da una vicenda realmente accaduta nella campagna ungherese tra le due guerre mondiali, una serie di omicidi nei quali alcune donne uccisero uomini dai quali avevano subito soprusi. Nel romanzo entrano così mariti violenti, donne esauste, gravidanze, famiglie impossibili da gestire e una comunità che non comprende il concetto di vita serena.
Ecco, quando dietro una storia che sulla carta potrebbe sembrare un classico romanzo di omicidi c’è un intero mondo sociale nel quale le donne hanno pochissime possibilità di scegliere della propria vita, qualcuno finisce per costruirsi una via d’uscita decisamente illegale degna di una tragedia operistica.

ANIME FARFUGLIANTI NELLA NOTTE, Francesco Permunian
Qui abbiamo un romanzo corale che dileggia senza alcun velo di pudore il mondo della letteratura, da chi la scrive, a chi la pubblica, a chi vorrebbe disperatamente essere pubblicato. La casa editrice Bellas Letras, suo malgrado, abbina le ambizioni culturali a miserie molto concrete, nonché a una pletora di scrittori mancati, aspiranti autori o intellettuali vanitosi cui più la vita è andata storta, meglio è (per noi che leggiamo).
Notate bene il sottotitolo: Mezza centuria di microstorie sul fallimento come opera d’arte. Direi che è mantenuta la promessa di ritrovarci un alto potere consolatorio, e allora alzo le mani come la La Vergine con la corona di Jean-Auguste-Dominique Ingres.

LE DIRIMPETTAIE, Serena Bortone
Serena Bortone la conosciamo soprattutto come conduttrice televisiva Rai, ma in questo caso la troviamo dall’altra parte del sipario, alle prese con un romanzo ambientato nella Roma degli anni Sessanta che ci racconta di vite che non corrispondono al copione previsto.
Le protagoniste sono Tina, Gabriella e Maria, tre donne che vivono nello stesso condominio di Talenti e che sul pianerottolo costruiscono un’amicizia destinata ad attraversare parecchi decenni. La storia arriva fino al Capodanno del 2000 e nel frattempo passa attraverso il boom economico, la Dolce Vita, il Sessantotto, la rivoluzione sessuale, il divorzio e tutti quei cambiamenti che hanno trasformato il modo in cui le donne potevano immaginare la propria vita.
E il grande interrogativo, comune a molte donne, è: ma se questa vita non mi piace, sono ancora in tempo per provare a cambiarla?
Ho sempre amato parecchio tutte le storie che passano attraverso un condominio (dall’Eleganza del riccio ai Tre Piani di Nanni Moretti feat. Eshkol Nevo), perché è proprio nelle nostre case che si compie la vita più spudorata che talvolta, proprio da un pianerottolo, fa partire la rivoluzione.

Se dopo cinque libri di vicende umane vi è venuta voglia di procurarvi qualche libro usato senza vendere un organo vitale, qui trovate 5 alternative online a Vinted per comprare libri usati.
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